Il successo dei BTS: riflessioni sul fenomeno sociale del K-pop nel mondo occidentale

L’enorme successo dell’Hallyu in Asia e, successivamente, anche nel resto del mondo ha negli ultimi anni suscitato l’interesse di diversi studiosi, non solo critici musicali. Il mondo accademico guarda all’Hallyu come un fenomeno dalle molteplici sfaccettature, mentre nelle università coreane sono state create vere e proprie cattedre dedicate al suo studio. L’Hallyu è la fonte del grande soft-power che oggi esercita la Corea del sud a livello globale. Attraverso l’Hallyu un enorme interesse verso la cultura del Paese del Calmo Mattino ha iniziato a crescere in paesi dove fino a qualche anno fa si era sentito parlare di questa nazione solo per i tristi fatti della guerra di Corea. Oggi attraverso il K-pop, i K-drama ed il cinema sempre più persone si interessano a questo lontano paese asiatico, iniziano a studiarne la lingua, ne provano il cibo (scoprendo quanto gustoso esso sia, cosa che sta scatenando una nuova moda a livello culinario tant’è che le esportazioni di kimchi sono salite in maniera vertiginosa negli ultimi anni) ed organizzano viaggi in questa terra tanto affascinante.

Tra i grandi artefici di questa “scoperta della Corea” vi sono, senza dubbio, i Bangtansonyeondan 방탄소년단, meglio conosciuti come BTS. Il 20 marzo 2020 l’Istituto Culturale Coreano di Bruxelles insieme alle Army (associazione che raggruppa i fan della band e che ha diverse sedi nazionali) del Belgio hanno organizzato una conferenza online dal titolo KPOP LIVE, tenuta dall’autore del libro “BTS: The Review”, il Dr. Kim Young-dae. “BTS: The Review” è un testo molto interessante per la sua capacità di offrire una analisi profonda dei testi delle canzoni dei BTS, nonché il background musicale nel quale questo gruppo ha mosso i suoi primi passi, fino ad arrivare ad un tale successo da essere definito dai media occidentali “la più grande boy band del mondo”.

I BTS sono stati nominati artisti dell’anno nel 2020 dal TIME

Eppure, come ha evidenziato lo stesso Dr Kim, la definizione di “boy band” risulta riduttiva applicata a questo tipo di artisti. Non si tratta di un gruppo che si limita a riportare in auge la musica così detta “bubblegum pop” degli anni ’90, non è una riproposizione dei Backstreet Boys o One Direction in chiave asiatica. Stiamo parlando di un genere musicale molto più complesso verso il quale spesso, a causa di stereotipi e preconcetti che purtroppo risultano internalizzati nella nostra forma mentis, i media occidentali tendono a non prestare la dovuta attenzione nel cercare di trovare appropriate definizioni. 

Il K-pop è in realtà un genere molto complesso, nel quale non solo il canto ed il rap, ma anche la performance ottenuta attraverso la danza e l’interpretazione del brano sul palco assume un’enorme importanza. Mentre in occidente coreografie e danze rappresentano un di più, o comunque una componente secondaria per i cantanti, in Corea questa componente ha sempre occupato un ruolo principale nella tradizione artistica nazionale. Paudŏgi (바우덕이), leader di un gruppo di artisti di strada sadang d’epoca Joseon (1392 – 1910), è oggi definita da alcuni coreani come la prima artista K-pop. D’altra parte Il legame tra i gruppi K-pop e la tradizione degli artisti girovaghi si evince, secondo alcuni ricercatori come Sim, Kim & Lee (2017) nel sistema di gestione e di addestramento di questi giovani da parte delle grandi compagnie di intrattenimento. Questa organizzazione sarebbe infatti una evoluzione del sistema di addestramento già visto, ad esempio, nei namsadang (il prefisso nam– indica il genere maschile, per cui questi gruppi erano composti quasi esclusivamente da uomini finché non si aprirono alle donne verso la fine dell’epoca Joseon). Si tratta di artisti che si esibivano, e tutt’oggi si esibiscono, in spettacoli poliedrici dove confluiscono acrobazie, canto, musica, danza e teatro. Poliedrici sono anche gli artisti K-pop che, oltre ad essere versati nel canto e nella danza, ed essere stati istruiti a parlare più lingue (inglese, cinese e giapponese), sono spesso anche eccellenti attori.

Statua dedicata a Paudŏgi

La stessa musica K-pop non si limita ad essere semplice pop cantato in lingua coreana (da cui Korean-pop), sin dagli albori esso si è rivelato il risultato della fusione di diversi generi, dal pop, al rap, hip hop, rock e persino musiche tradizionali. Il gruppo Seo Taiji and Boys 서태지와 아이들 nato agli inizi degli anni ’90 è stato il primo a far uso del rap nel K-pop ed a sperimentare diversi generi musicali occidentali. Gli stessi BTS hanno una formazione hip hop che è facilmente riscontrabile anche nei brani più recenti.

Seo Taiji and Boys

Definire oggi il K-pop non è cosa semplice, anche gli stessi artisti ne danno diverse definizioni ed interpretazioni, ma quel che è palese è la superficialità con cui i media occidentali lo presentano, e come questo sia spesso banalizzato come un mero fenomeno adolescenziale, creato a tavolino dalle industrie discografiche. L’interferenza dell’industria è sicuramente molto forte, ma ciò basta a svalutare questo tipo di musica rispetto ad altre? Ricordiamo che molti famosi artisti K-pop sono stati anche gli autori di diversi loro brani, come gli stessi BTS o G-Dragon dei Big Bang.

Formazione originale dei Big Bang, prima che Seungri lasciasse la band per lo scandalo sessuale del club Burning Sun che lo ha visto convolto in crimini di abuso sessuale

In ultima istanza, vorrei concludere soffermandomi sulla capacità che il K-pop ha avuto, una volta giunto negli Stati Uniti, di innescare un discorso molto forte sulle identità etniche. Inizialmente giovani immigrati o studenti coreani hanno portato negli Stati Uniti il K-pop e nonostante la barriera linguistica, il genere iniziò a diffondersi, trovando un certo riscontro in altre comunità di immigrati e POC (acronimo per people of color, espressione con cui negli Stati Uniti si fa riferimento a tutti coloro che non sono “bianchi”). Questi, esclusi dal mondo dell’intrattenimento dominante negli USA, nel quale venivano rappresentati solo attraverso stereotipi denigratori, trovarono rifugio nell’alternativa che la cultura pop coreana offriva loro. Oggi i giovani delle minoranze etniche hanno trovato un nuovo modo per scoprire e formare le loro identità di genere ed etniche attraverso le immagini che il K-pop fornisce, immagini attraverso le quali possono riscoprire una fierezza che gli stereotipi sugli asio-americani vigenti negli USA avevano loro deprivato, ponendo su di loro un senso di inferiorità verso la cultura egemone che li escludeva. Ricordiamo che il modello maschile proposto da queste band si discosta fortemente dal modello egemone in occidente. Siamo infatti lontani da quella virilità di cui sono simbolo personaggi come Jason Momoa, tant’è che questo modello coreano in inglese è definito “soft masculinity”, mentre in patria si usa il termine kkonminam, che potremmo tradurre come “uomini floreali”. Si tratta di un tipo di maschile simile a quello di altre nazioni asiatiche, che decontestualizzato ed esportato in occidente ha il grande potenziale di mostrare che altri modi di essere uomo ed attraente sono possibili, che “abbracciare” il proprio lato femminile non è qualcosa di cui vergognarsi, ma qualcosa di cui esser fieri. Attraverso i BTS, le Black Pink, gli EXO, ma anche il successo di film come Parasite o Minari, e dei K-drama questi giovani hanno finalmente trovato una alternativa ad un mondo che non li rappresentava.

FONTI

Kim, Young Ja 1981. The Korean “Namsadang”. The Drama Review: TDR 25(1), Sex and Performance Issue, 9-16.

Sim, Hee Chul; Kim, Soel Ah; Lee, Byung Min 2017. K-Pop Strategy Seen from Viewpoint of Cultural Hybridity. Kritika Kultura 29, 292-317.