Dopo aver letto le ultime righe di In Forme, nella mia testa ha iniziato a suonare il ritornello pieno di rabbia e disperazione di una canzone che ha segnato la mia adolescenza: I Am Not Ok dei My Chemical Romance. Ecco, il fatto è che il protagonista di questa storia è un alieno che non sta affatto bene. Vaga nelle strade di un mondo che non comprende e che non gli appartiene, nel quale non riesce a immedesimarsi in alcun modo, seppur le provi tutte ad omologarsi.
Attraverso il flusso di coscienza dell’alieno, con il quale la storia incede come una nevrosi mentale, vediamo la nostra società in tutti i suoi punti deboli, i suoi costrutti e le sue inconsistente.
Le norme sono come il vetro: solide e integre finché tutti le rispettano e nessuno le fa crollare. (p.99)
Questo essere, malauguratamente giunto sulla Terra, è costretto a imparare ogni cosa da zero, persino a camminare. Attraverso la sua lingua tagliente e sarcastica, che usa per descrivere gli umani per lo più con sdegno e disprezzo, scopriamo la totale arbitrarietà delle norme che regolano tanti aspetti della nostra società.
Ho provato un misto di divertimento e amarezza nel leggere le righe in cui l’alieno parla del nostro modo di camminare, di come le donne e gli uomini lo facciano in modo diverso, e di come lui abbia camaleonticamente imparato a muoversi in modo da risultare una donna piacevole quando assume le sembianze di una femmina umana:
I ruoli femminili sono decisamente più complicati di quelli maschili: un uomo può camminare come gli pare, mentre una donna deve camminare da donna. «Come gli pare» significa a gambe larghe, facendo dondolare le spalle. «Da donna» significa con le ginocchia piegate leggermente verso l’interno, facendo ondeggiare il culo ad ogni passo. (p.98)
Il nostro alieno ha bisogno di fingersi umano per adescare le sue prede: egli si nutre, infatti, di esseri umani. In realtà, di questi non ha bisogno solo per nutrirsi, ma anche per soddisfare i suoi impulsi sessuali e sentirsi meno solo.
Però vorrei avere accanto qualcuno che mi abbracci stretto. Anche solo finché non mi addormento; anche se poi sparisse. (p. 54)
Ed è così che il nostro alieno si iscrive su Tinder e sfrutta questa app al massimo delle sue potenzialità. Diventiamo letteralmente carne da macello: scorrendo da un profilo all’altro, l’alieno “pregusta” (in tutti i sensi) il sapore del sesso e della carne delle persone esposte in questa sorta di vetrina virtuale. Non siamo altro che beni di consumo, sfruttabili finché non ci si stanca dell’altro, in un mondo dove non c’è più tempo e spazio per i sentimenti e l’amore dura il lasso di un amplesso.
In fondo, non è così difficile immedesimarsi nei panni del nostro alieno: a parte le tendenze cannibalesche, quanti possono vantare di non essersi mai sentiti a disagio nelle “forme” imposte a noi dalla società? Chissà se siamo davvero in tanti, o solo una piccola cerchia, ad aver avvertito quegli “occhi addosso” (che, poi, non è anche questo il così detto “nunchi” per i coreani?) che ti fanno sentire un vero e proprio mostriciattolo? Altrimenti, perché Creep dei Radiohead sarebbe tanto amata?
Nel linguaggio rabbioso e frustrato del nostro alieno ho provato un senso di catarsi, ma anche amarezza: il suo modo di esprimersi, a tratti frivolo, spesso volgare, non è che il riflesso di quanto lui ha appreso dagli umani che lo circondano. Ed ecco che abbiamo sprazzi di riflessioni profonde, come quella sul consenso, spiegati con una semplicità e chiarezza che sono in grado di arrivare a chiunque.
In Forme è un racconto grottesco, pop, queer e divertente che ci fa riflettere su un mondo molto più grottesco dell’alieno protagonista, e che richiama alle teorie esposte da Simone de Beauvoir, Judith Butler e Elizabeth Grosz. Una lettura scorrevole, piacevole e in grado di raccontare la nostra contemporaneità con cinica schiettezza.
Un ringraziamento speciale va ad ADD per la copia omaggio, e i nostri complimenti a Lia Iovenitti per la brillante traduzione.

